Recensione di Alba Gnazi  (BDA) Gruppo di Poesia Urbana

"Tutto ciò che non possiedo sarà mio figlio’’

 

Ho letto,  riletto,  aspettato e quindi letto di nuovo. Per assorbire al meglio questi versi : e non a caso ho scelto questo (‘’Tutto ciò che non possiedo sarà mio figlio’’) come introduzione al mio breve commento. Perché quelle che Donatella ci propone sono Poesie che narrano storie.

 Una storia: la sua, di donna che al femminino affida percezioni e certezze, quella di tempi e luoghi che si aprono e fanno memoria.

La nostra: quella di volti e pensieri, passioni e nostalgie che ci osservano e spesso ci preservano – una Venezia rarefatta, ad esempio, con foschie insistenti, penetrante nel suo stagliarsi muto, anche nel ricordo -.

Versi brevi, che condensano la forza e la vulnerabilità dei sentimenti, che squarciano i veli su una sensualità avvertita quale quid per quegli stessi sentimenti: il sensus che oltrepassa la carnalità e investe fibre e dinamiche interiori; il sensus come passione dominante che consente la conoscenza di sé e dell’altro; che annuncia una completezza sempre là da venire, o spesso raggiunta e modificata, ricostruita, smembrata perché (e la Poeta lo sa) il sensus perimetra i giorni e le scelte, ed è inesorabile.

Un unicuum di lievità e determinazione, questi pezzi, calibrato sulle istanze interiori più profonde, che travalicano la singola poesia e l’individualità dell’artista per congiungersi in un disegno ampio, innestato sulle atmosfere ispirate dalla natura, dalle esperienze umane di più ampio respiro, quelle che segnano il passo e inchiodano il tempo, che si ripetono per trovare riposo, che la memoria non annulla ma celebra, in un cerchio cui la Poesia dà voce e che la Poeta ascolta.

 La Poeta ascolta, interiorizza, vive coi suoi modi (‘’parole in delirio alla mano’’) nei suoi luoghi, reali o metaforici (‘’[nel]l’avvenuto teatro della notte’’) le esperienze e le percezioni di cui sopra; rende proprio ogni moto e ogni battito; elabora, scontorna, sonda e  sorride di sé, delle sicumere, delle debolezze, del tempo che scorre (‘’mi hanno chiamato vecchia nel loro inventario’’), delle decadenze che pure rendono belli e tenaci i corpi : perché questo la Poeta deve e può. Perché l’ascolto del  sensus è anche questo. Perché la Poesia richiede (anche) questo.

 

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