Di rami e foglie è un'opera in cui la parola si libera di ogni regola per raccontare ciò che si trova in bilico tra tangibile intangibile, tra sogno e realtà. Donatella Maino compie un percorso difficile perchè "attraversa fisicamente", usando il corpo come metafora primaria, un terreno inesplorato, impervio, privo di punti di riferimento. Questa dimensione intermedia è, infatti, uno spazio astorico, in cui il tempo è in continuo movimento. Come in mare, quando il rollio e il beccheggio generano nausea e vertigini, e l'unica soluzione è quella di assecondare il movimento, l'autrice in questa silloge scopre il senso dell'armonia. si affida così ad un racconto poetico in cui passato, presente e futuro si intrecciano, dando vita ad una lirica fluida e suggestiva. L'astoricità nell'opera di Donatella Maino non nasce da una negazione della storia ma dalla continua ricerca di sinonimi capaci di raccontarla. Lo sforzo dell'autrice è quello di conservare intatto, nella narrazione, il moto continuo degli eventi: essi non vengono mai datati ma diluiti, confusi tra le pieghe del racconto. Il linguaggio è, il più delle volte, diretto, "carnale", il corpo è usato come un perno per far ruotare le parole:

 

Sommesso un nevicar paziente

in noi scioglie grucce alle parole,                                             

gambe nude al freddo

di un tempo compiuto.

 

[...]

 

(Sommesso un nevicar paziente)

 

 

Da questi versi emerge l'irreversibilità del corpo, la sua inevitabile compiutezza. Il corpo è il rivestimento che ci consente di essere visti e di vedere: "Chiederò a Cristo di indossare ancora/ un corpo e di sedersi / su quella seggiola a farmi compagnia" (Così sia). In esso , più o meno stabilmente dimora l'anima:

 

[...]

 

L'anima è tradita dentro il sepolcro del corpo,

non inventa più ragioni alla miseria,

è pece sciolta al fuoco del barbaro.

 

[...]

 

(Agnusdei)

 

Tutta la lirica di Donatella Maino è caratterizzata da un sostanziale rifiuto delle apparenze. L'autrice cerca corrispondenze (Lapide d'aria) emozioni (Brivido isterico) motivi per spingersi oltre, proprio dove la prudenza suggerisce di non andare:

 

[...]

Sarà mercante d'anime che si fa il segno della croce

sorseggiando la propria saliva:

 

diventerà personaggio d'inverno

dentro l'involucro luminoso del gelo,

dove gli accorti non arrivano mai.

 

(Sintassi e locuzioni)

 

Il poeta è per l'autrice colui che, oltre alla "logica della sintassi" (Sintassi e locuzioni), è capace di riciclare parole avanzate e donarsi completamente al racconto. Questa generosità creativa si evince sopratutto nelle liriche in cui la prima persona determina il ritmo della narrazione e il verbo indica al presente la partecipazione all'evento, rafforzando, paradossalmente, il senso di non-tempo.

 

Uccido in me l'infinito, lavoro d'ago

a cucire vecchie costellazioni

da riconoscere in lacrima per lacrima

che s'apre alla rugiada lunare.

 

Percorro i volti dimenticati,

bagnata di tenerezza

respiro l'erezione della croce

che come lingua anonima

s'insinua tra le labbra in triade d'amore.

 

Vivo nella Venezia di un'epoca

slegata imprigionata

ai miei piombi interiori.

 

(Venezia)

 

Quello che leggiamo è un presente d'abbandono e ribellione, due sentimenti apparentemente contrastanti. Ciò che c'inchioda alla nostra emotività è sì fonte d'ispirazione ma anche causa di sofferenza perchè la poesia forse non dimora in ciò che abbiamo scritto, parole ormai morte, ma in ciò che stiamo scrivendo o scriveremo: "Tutto, anche la morte si placa / nella ritmica sistolica che incita / la continuità della scrittura." (Scarpe scompagnate).

 

Prefazione di Maria Paola Sambusseti, collaboratrice della Casa Editrice Il Filo di Roma, alla mia raccolta "Di rami e foglie", pubbicata nell'anno 2006.

 

Donatella Maino

 5 settembre 2010  

 

 

                                                                                    

 

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