Un anno, il 2007, che rimane inciso nei versi di ogni poesia di questa nuova
raccolta e che segna con solchi profondi la scrittura dell’autrice, quasi una
sopravissuta al naufragio della nave delle sue certezze. Ma è anche vero che la
certezza e la sicurezza sono mute ed immobili, non si muovono e se lo fanno è
per morire e per lasciare spazio al cambiamento e allo scrosciare della pioggia, a
un turbinio di sentimenti e di lacrime, là dove alla piena consapevolezza di ciò
che è vivo si sostituisce l’incertezza e il vuoto inevitabile della morte.
La morte di un fratello mai così presente come quanto nella sua assenza, la
morte di un amore passato strappato per la seconda ed ultima volta dalla
malattia e la morte che arriva e ti tocca il cuore, che forse ti accarezza il viso e i
capelli, ti sorride e passa oltre, lasciandoti sorpresa e spaventata. È in questa
atmosfera di cruda freddezza e priva di suoni che nascono le poesie di
Donatella, forme di catarsi e ricerca di salvezza, unica via da percorrere per
sottrarsi alla vista di quel budello di sofferenza che la minaccia.
Assenza di suoni. Più ci si avvicina al quadro dipinto da questi versi e vi ci si
trova coinvolti, più cresce una sensazione di silenzio innaturale che avvolge
tutto, gli antichi amanti, i figli, le chiese, il mondo, il sangue e Dio, il legno, lo
zucchero e le candele, le ginocchia, le arterie e gli angoli della bocca. Si avverte il
disagio che chiama in causa il lettore e lo cinge fraterno, come le nubi in
Shakespeare ammantavano le torri.
È un urlo che si blocca in gola ma che trova in quella sua mezza condizione la
più alta espressione di sé, la dolce tristezza di una pozza di pianti abortiti ed è
inutile ricorrere alle immagini ridondanti ed ai tuoni del cielo, l’unica medicina
sta nella memoria e nel tempo che sfila tra le dita, sta incastrata tra le lettere dei
libri che si leggono prima di addormentarsi e nel dolore della perdita. Ma la
perdita descritta da Donatella è un sottile disegno di come ci si possa
rincontrare in una poesia, con una poesia.

Alla morte del fratello lei offre un volto ed una silouette di carta ed inchiostro e
là dove il suo corpo non da più ombra canta un requiem alla sua nuova natura di terra.
Al ritmo del suo cuore sostituisce quello dei suoi versi.
Alla pazienza di suo figlio regala un sorriso.
Donatella Maino è una fenice di cenere.
Non ha bisogno di risorgere.


Dott. Ulrich Sandner

 

  

 

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