» Il peso del cielo di Donatella Maino
9 giugno 2008
Non è un caso che la “ cognizione del dolore” di Gadda abbia
accompagnato la mia lettura del testo di Donatella Maino, la sua dominante
presenza all’interno delle liriche percepisce “il peso del cielo” su spalle che
non temono a denudarsi e nella coscienza che la realtà sia un attraversamento
verso improvvisi strapiombi nei quali l’anima si sbilancia e cade , si ferisce,
sanguina, urla, si divincola ,ricorda un passato che torna da evitare per la sua
durezza. Il mondo onirico appare come soluzione al male; consolante anche quando
si trasforma in incubo e l’incubo in sogno fermando nei versi la realtà della
vita in apparenza fittizia ma da sopportare in attesa di tuffarsi in un vissuto
dell’anima che finisce per diventare punto di riferimento tangibile della
poetessa.” Sulle spalle un drappo che brucia/ il lampo di una lama che cade/
prima di raggiungere il mare/
Pag 9… / ho pianto l’alito glaciale / di infiniti legamenti / che già
frantumavano le stelle / in chiarori di tramonti/ pag 19. Mare e cielo appaiono
nella loro infinitezza costituire una possibile demarcazione dalla terra “gli
spettri tutti insieme/ rivivono all’orlo delle mie pagine/ pensando che il nero
sul bianco/ sia una rondine addomesticata/. La scrittura diventa
un orlato di foglio che inzuppa l’anima ma la libera per tornare ad essere
scritta con il volo di una rondine o cancellata se dalle “dita incrociate/
pendono rottami di cianfrusaglie/; la parola si rincorre, si sovrappone in
immagini surreali per ridiventare urlo sommesso , agghiacciato, violento e
richiedente di non essere orfana dei “ galoppi sfacciati del mio dire”pag.
36,persuasa anche se afferma il contrario, che l’amore non è in saldo e se è
vero che è “un patto disonesto con la solitudine”dall’altra “ rammenda i
margini/ all’intero intendere/ dita erranti in fremito di senso” In tutte le
liriche si avverte una fisicità debordante sangue, sesso, amore, unghia ferite,
forza di spalle nude ad affrontare il mondo, corpo bagnato dalla marea e dalle
stelle che appaiono strappate al cielo e trasportate a far luce sulla terra,
vicino alla battigia con immagini sofferte di lacoontiana memoria,
aggrovigliate, forti, alla ricerca di un linguaggio “illuminato dalla luna
discreta/ complice dell’ondeggiare silente del lago/ e delle nuvole che in
retaggio di pudore/ volevano oscurarla/.” Il linguaggio nell’autrice si fa
poesia e” registra i ruminii degli stormi”mentre scrive”( mi piace uscire dal
racconto/ con un senso non finito sulle dita) l’amore è la mia questione/ o le
parole, amandole quanto le amo/
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