Butterfly di Donatella Maino - Dedicato ad Enio, che mi ha insegnato a costruire le pagine Web, con infinita gratitudine
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Utopia ed ucronia nella raccolta "IL PESO DEL CIELO" di Donatella Maino

» Recensione a cura di Reno Bromuro

 

«(…)
(Mi piace danzare con la mente,
le parole hanno sapore, respirano,
dai, balliamo un tango di cristallo…)
Però, ci sai fare tu».


E’ il grido disperato di un amore non corrisposto, l'angoscia che serra la gola e smorza il grido di dolore; per fortuna avanza l’Utopia che inserisce il senso ucronico, perché dà sfogo alla fantasia affinché l’anima finisca di soffrire e il corpo la smetta di tremare di desiderio. Un desiderio che apre la strada a linee oblique attraverso le quali cerca di sfuggire alla condizione utopistica della propria esistenza aggrappandosi alle apparenze astratte della Poesia, che dà la sensazione e forse la certezza dell'eternità. Inconsapevolmente, forse, la nostra fa scaturire dai suoi versi acqua pura e cristallina, giustamente acqua di montagna, perché cosciente che il nostro è un destino spaziale e temporale.

Non c'è nessun verso che non sia razionalizzato dopo l’abbandono all’Io creativo, perché cosciente che l'indagine sulla poetica moderna definisce la lirica come un’unica creatività che, però, è formata da due forze ben distinte. Donatella Maino accoglie questa doppia realtà e vi si colloca e colloca anche noi lettori, nel suo tempo e nelle sue utopie. Questo atteggiamento, che potrebbe apparire a poetico garantisce la solidità spirituale del suo poetare.

«Dal basso, dove tra le radici
I fiori si disfano, si formano corpi
Con una testa sui due lati…» (Polvere pag. 61)
E il tentativo di sottrarsi e sottrarci all’unità di base dove «i fiori si disfano, per riformarsi in corpi».

Questo concetto riporta il pensiero ad una commedia del 1976 in cui le alghe diventano corpi di umanoidi; proietta una forma sensata di realismo sorto per magia della poesia, proprio per esprimere l'impossibilità di porre l’Io creativo al di fuori delle sue condizioni d'esistenza spaziale e temporali, nata da una cosciente utopia anche se si presenta ucronica. Questa concezione ricorda da vicino gli psicologi tedeschi che designano l'io incarnato sotto l'espressione composta e indissolubile di «io-qui-adesso».

Le liriche de “Il peso del cielo” rappresentano il complesso vitale in cui l'atto con cui accetta ed assume la ricchezza poetica dello spazio vissuto, anche se sembra soffocata tra la liricità pura con intercalate di pensieri utopistici che il più delle volte sono ucronici e quindi solo nozione geometrica dello spazio che si è intimamente mescolata all'immaginazione e alla brillante riabilitazione che Bergson affida alla poesia di vita vissuta, che sembra respingere lo spazio fuori dalla vita.

«Ogni onda regge sulla cresta
un figlio d’amante e la sua lingua
in vertigine buca la membrana
al cuore di Venere.

Ah, il mondo degli interludi
è mare gualcito, aria fibrosa
di poeta straniero che tace:
“sei bella” »

La verità è che lo spazio che il Poeta vive è una grandezza quantitativa ed esteriore a noi, è un intimo modo d'essere della sua poeticità, la sua espansione vissuta interamente dall’interno:

«Non basta più la bellezza di una ruga,
l’abbraccio della spiga al cardo,
l’ultima stella che brucia sul volto,
non basta».

Come si nota dall'esterno c’è un modo di figurarsi un mondo come pura esteriorità e di collocarci al suo fianco; tale modo pone l’utopia in una situazione d'esteriorità alla creatività poetica e al suo sguardo indagatore che afferra il suo visibile ucronico e la poesia, una cosa fra le cose.

Il pregio della creatività poetica di Donatella Maino è la capacità lirica di inserire il lettore dentro i suoi versi musicali perché possa esaminandoli di dentro rivivere con lei le stesse sensazioni, «per indicare la più profonda intuizione spirituale. Il «di dentro» è il luogo interiore dove si unificano l'appartenenza, la padronanza, l'intimità e l'irradiamento. Nel significato completo delle parole, sia dello spazio che della durata, è verità dire: La nostra esistenza partecipa insieme della totalità e dell'angoscia». Ancora una volta, il disprezzo della «materia» appare come un semplice aspetto del rifiuto di vivere le situazioni raccapriccianti del nostro tempo.

La realtà ch’ella vive attraverso la poesia è intuizione dello spazio, perciò “utopistica” e seguendo gli avvenimenti con sincera preoccupazione è la vera conoscenza di sé.

Come un bambino quando è ridotto a preoccupazioni digestive, non possiede altro che uno spazio boccale e ad esso riporta ciò che tocca, recandoselo alla bocca, così la nostra in momenti di abbandono alla vera esistenza si fa coraggio e diventa ucronica, arrecando alle dimensioni dello spazio vissuto il segno dei diversissimi modi d'essere della personalità.

Ella, ad esempio, non scorge il suo spazio vivente dal punto di vista di Sirio. Se ne sta nel suo cuore come nel centro d'una sfera, la sfera della sua attività, e tutte le cose si ordinano in circolo attorno a sé. II mondo comincia lì, vicinissimo per la Maino è il centro vero e la fuga nella creatività poetica che è immaginazione vissuta attraverso l’angoscia sua e degli altri.

Reno Bromuro


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